mercoledì 6 dicembre 2017

Disparità di genere: Italia a che punto sei?

L'indice di disparità di genere paese per paese

Lavoro, salario, salute, istruzione... Sono molteplici le voci che danno un quadro della differenza di opportunità che persiste a livello mondiale tra donna e uomo. Il Global Gender Gap Report 2017 analizza 144 paesi, dando il polso anche della situazione italiana. Riportiamo di seguito un commento tratto da Repubblica.it

Wef: il 61,5% delle donne italiane che lavorano non viene pagato adeguatamente 

Il 61,5% delle donne che lavorano in Italia non vengono pagate per niente o non adeguatamente, contro il 22,9% degli uomini. E' uno degli allarmanti risultati dall'ultimo Global Gender Gap Report 2017 redatto dal World Economic forum. Nella classifica, ai primi posti ci sono i paesi in cui il gender gap ossia la discrepanza in opportunià, status e attitudini tra i due sessi, è meno evidente ed è stato seppur parzialmente colmato. Procedendo nella classifica, agli ultimi posti vi sono i paesi in cui invece tale divario è molto più marcato. Quest'anno, il nostro paese è piombato all'82 esimo posto su 144 posizioni complessive, dietro anche alla Grecia (che si colloca al 78esimo): dal 41esimo posto in cui eravamo nel 2015, siamo insomma crollati di ben 32 posizioni per quanto riguarda il gender gap, ossia la discrepanza in opportunità, status e attitudini tra i due sessi. L'anno scorso eravamo al 50esimo: in un anno, il calo è stato di ben 22 posizioni.

Specificatamente parlando di salario, siamo al 126 esimo posto nel divario di genere: gli uomini insomma guadagnano più delle donne, e questa non è una novità, ma dalla ricerca emerge anche che il gentil sesso lavora di più. Ogni giorno, una donna lavora 512 minuti contro i 453 di un suo collega mentre la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%) così come le persone senza lavoro scoraggiate (40,3% contro il 16,2% degli uomini). 

Nel Rapporto, emerge inoltre che in Italia il Parlamento è formato solo dal 31% da donne, e nei ministeri la loro presenza è limitata al 27,8%. Insomma, soprattutto per quanto riguarda il potere politico, il divario di genere (anche se ridotto rispetto al passato) è comunque molto ampio e si è allargato negli ultimi dieci anni per la salute e sopravvivenza: in questo campo, siamo passati dal 77 esimo del 2006 al 123 esimo posto. Come partecipazione economica e per opportunità offerte, siamo passati dall'87esimo del 2006 al 118esimo posto. A livello globale il divario di genere, spiega il Wef, è al 68% e si è comunque allargato. Con questi ritmi, ci vorranno 100 anni per colmarlo rispetto agli 83 stimati lo scorso anno: si tratta di una stima fatta a livello globale, come media tra i 61 anni dell'Europa occidentale e i 168 anni nel Nord America. Eppure, segnala il Wef, se si colmasse la parità di genere il Pil del mondo aumenterebbe di 5,3 miliardi di dollari. Sui 144 paesi presi in esame, l'Islanda si conferma al primo posto nel quale il divario è all'88%. Nella top ten, oltre ai paesi scandinavi, ritroviamo anche il Nicaragua e la Slovenia mentre gli Usa perdono posizione e arrivano al 49esimo posto mentre Cina, India e Giappone si collocano rispettivamente al 100esimo, 108esimo e 114esimo posto. 

Il rapporto mette in luce come nella partecipazione economica e nelle opportunità offerte, nessun paese al mondo ha colmato completamente il divario tra i sessi. In particolare, per quanto riguarda il potere politico, il divario si sta allargando e solo l'Islanda lo ha colmato per più del 70%. L'Europa occidentale resta la regione al mondo con il gap più ridotto, e cioè del 25% in media e l'Italia è però fanalino di coda, dopo la Grecia, e prima solo di Cipro (al 92 esimo) e Malta (93esimo). Gli Stati Uniti invece hanno un divario di genere leggermente superiore a quello dell'Europa occidentale, nella misura del 28%. Divario che si amplia al 71% nell'Europa orientale e in Asia centrale ma che si riduce al 30% in America Latina e nei Caraibi: anzi tra le prime 10 posizioni al mondo, ritroviamo proprio il Nicaragua. E il Brasile, nonostante si collochi al 90esimo posto, è uno dei Paesi che ha chiuso completamente il suo divario di scolarità di istruzione. Il divario di genere si allarga, come largamente previsto, nel Medio Oriente, e in Africa settentrionale: qui il tasso è al 40%. 

A livello globale, il Wef sostiene che le differenze di genere più ampie riguardano la sfera economica e quella sanitaria. E con questa tendenza, ci vorranno 217 anni per colmare il divario economico di genere: è il valore più basso misurato dal 2008. Tornando all'Italia, siamo al 90 esimo posto come partecipazione alla forza lavoro e al 103esimo posto per salario percepito (gli uomini guadagnano di più delle donne). Per quanto riguarda l'istruzione, siamo piombati dal 27esimo posto del 2006 al 60esimo: ci sono più bambine che bambini che non vanno a scuola, e anche nell'uso di Internet c'è uno scarto a vantaggio del mondo maschile. Tra i laureati, le donne sono la maggior parte degli studenti di facoltà di arti e di insegnamento, ma anche in medicina e nel welfare in generale.

domenica 19 novembre 2017

Per vincere la cultura della violenza serve solidarietà. Di seguito condividiamo il Comunicato Stampa di D.i.Re che rilancia il ruolo decisivo dei Centri Antiviolenza. 

Una, mille, centomila denunciano casi di ricatto sessuale nel mondo del lavoro da 30 anni. I Centri antiviolenza Di.Re. sono a fianco alle donne.


“Siamo con Asia, con le ministre svedesi che hanno denunciato molestie ai Summit europei, con le sportive abusate per poter accedere alle Olimpiadi, con tutte le donne che superano il silenzio anche tra le mura domestiche, liberandosi dalla paura e dalla vergogna della violenza subìta.” 
Così Lella Palladino, Presidente dell'Associazione Nazionale Di.Re. Donne in Rete contro la violenza, a sostegno della libertà delle donne dalla violenza, rilancia l’importanza e il ruolo dei Centri antiviolenza della rete. “Dalla violenza si esce con la forza delle donne”, continua Palladino in un appello che lancia a tutte le donne.

Le denunce lanciate in questi giorni da tante donne, dal mondo dello spettacolo a quello dello sport, dalla politica, dalle mura domestiche non fanno che confermare che c’è ancora molto da lavorare perché le donne possano sentirsi libere dalla violenza, in ogni ambito, così come confermano le 80 Organizzazioni della Rete D.i.Re che da oltre trenta anni, sostengono le donne nei progetti di uscita dalla violenza.

“Non vi è un tempo giusto per portare a galla le violenze subite, il silenzio non è connivenza, né calcolo, è determinante per la donna il suo sentirsi pronta ad affrontare un percorso di uscita che non necessariamente porta alla denuncia, ma la libera dal senso di frustrazione per ciò che ha subito, la rende più consapevole, non la fa sentire sola.” Così conclude Palladino, nell’offrire sostegno e forza a tutte le donne che hanno la forza di parlare della violenza subìta nei tempi, nei modi e nelle circostanze che ritengono possibili.

giovedì 21 settembre 2017




“La violenza contro le donne è forse la più vergognosa violazione dei diritti umani. E forse è la più diffusa. Non conosce confini geografici, culturali o di stato sociale. Finché continuerà, non potremo pretendere di realizzare un vero progresso verso l’eguaglianza, lo sviluppo e la pace.” 
Kofi Annan, 8 Marzo 1999, Nazioni Unite 

2007-2017: 10 anni di lotta al fianco delle donne. Un traguardo di cui l’Associazione Donne Insieme Valdelsa Centro Antiviolenza va fiera e vuole celebrare insieme a voi, sabato 30 settembre 2017, con una conferenza di approfondimento sul tema della violenza di genere. L'evento avrà luogo presso la Biblioteca Comunale Marcello Braccagni di Colle di val d’Elsa (via di Spugna, 78) e prevede:

16:00 Introduzione e Saluti del Centro Antiviolenza – Patrizia Cencetti, Rappresentante Legale Donne Insieme Valdelsa
16:10 Saluti del Cesvot delegazione di Siena
16:15 La nascita del Centro Antiviolenza: le Socie Fondatrici raccontano
16:30 Saluti delle Istituzioni Comunali dei cinque Comuni dell’Alta Val d’Elsa 
16:55 Il Centro Pari Opportunità Valdelsa: 'Quale impulso per contrastare la violenza?' – Lucia Coccheri, Presidente Centro Pari Opportunità Valdelsa
17:00 'La Convenzione di Istanbul: una Legge che non lascia spazio all’immaginazione' – Manuela Ulivi, Avvocata Donne in Rete contro la violenza di genere
17:40 'Spettatori e vittime. La violenza assistita tra sfide odierne e prospettive future - Francesca Pidone, Coordinatrice Telefono Donna Pisa, Esperta Tribunale di sorveglianza Firenze
18:10 Conclusioni e dibattito – Elena Pullara, Operatrice Donne Insieme Valdelsa

 Vi aspettiamo numerose! 

Evento organizzato con la collaborazione di 
CESVOT, DiRe (Donne in Rete contro la violenza), Centro Pari Opportunità Valdelsa, Comune di Colle di Val d’Elsa, Comune di Poggibonsi, Comune di San Gimignano, Comune di Radicondoli, Comune di Casole d’Elsa, Atelier Vantaggio Donna, Pubblica Assistenza di Poggibonsi, Misericordia di Poggibonsi, AUSER Solidarietà Sociale Poggibonsi, Biblioteca ‘Marcello Braccagni’ di Colle di Val d’Elsa.

venerdì 7 luglio 2017

Discriminazione e violenza sulla donne: a che punto siamo? 

Che cosa dicono le ricerche? 
Cosa i dati ufficiali? 
Quali sono i diritti delle donne vittime di violenza? 
E dei loro figli? 

A queste e altre domande risponde il Ombra CEDAW elaborato dalla piattaforma italiana CEDAW: Lavori in corsa. Ne riportiamo alcuni estratti per riflettere insieme e saperne di più sui nostri diritti. Se desiderate leggere il rapporto integrale potete cliccare qui → Rapporto Ombra Cedaw 2016/2017

  • La violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme è un fenomeno strutturale che continua a essere in Italia ancora molto grave e diffuso. Una donna su tre subisce violenza. Dall’indagine Istat 2015 sono emersi segnali di miglioramento rispetto alla situazione fotografata nel 2006, ma le violenze rilevate si sono manifestate con forme più gravi ed è aumentato il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014). 
  • Nelle aule giudiziarie ancora troppo spesso, come nei mass media, viene invocata la gelosia, il raptus, l’incapacità di intendere e di volere dell’autore di violenza, e si procede con rito abbreviato, senza tenere conto della logica e l’estrema lucidità delinquenziale con cui agisce l’autore di violenza, e il potenziale recidivo che permane.
  • In Italia la violenza maschile contro le donne continua quindi ad avere una forte minimizzazione e giustificazione dei violenti, anche per la narrazione che ne fanno i mass media, pur essendo cresciuta la consapevolezza della gravità e pericolosità del fenomeno. Gli interventi legislativi e le politiche del Governo centrale e regionale sono minate nella loro efficacia perché persiste un sostrato diffuso di pregiudizi e stereotipi discriminatori nei confronti delle donne nella pubblica opinione compresi tra gli operatori che lavorano con le donne che subiscono violenza. Ciò rallenta o addirittura impedisce l’operatività delle disposizioni normative esistenti in materia.
  • I professionisti che operano nelle articolazioni dello Stato, servizi sociali, settore giustizia, forze di polizia etc… troppo spesso scambiano situazioni di violenza con quelle di conflittualità di coppia, con gravi danni nei confronti delle donne costrette a procedimenti di mediazione familiare e in caso di minori ad affidi condivisi, anche quando non desiderati. La sindrome di alienazione genitoriale (PAS), in casi di violenza, ancora oggi viene troppo spesso invocata dagli assistenti sociali e nelle aule giudiziarie dai periti, a discapito dei diritti del minore vittima di violenza assistita e della donna vittima.

 RACCOMANDAZIONI 

  • Prevenire i ‘matrimoni precoci’ e forzati con politiche adeguate ed anche con disposizioni volte ad impedire l’espatrio, inclusive anche per le ragazze Rom; 
  • Riconoscere e potenziare il ruolo dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio e della loro specificità e competenza, distinguendoli nel rispetto delle caratteristiche indicate dalla Convenzione di Istanbul da altri soggetti del privato fornitori di servizi che non operano secondo un’ottica di genere e garantendo finanziamenti congrui per assicurare una sostenibilità e continuità dell’operato dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio secondo gli standard internazionali e nazionali sanciti per i diritti umani; 
  • Assicurare il coordinamento delle misure cautelari, precautelari e gli obblighi di protezione adottabili in sede civile e penale producendo un continuo coordinamento tra il Giudice penale ed il Giudice civile anche nel campo dei diritti di visita e custodia dei figli, in modo tale da garantire contestualmente la messa in sicurezza, negando l’affidamento condiviso e/o esclusivo sui figli a favore del genitore autore di violenza e in considerazione della gravità della violenza assistita in sede di determinazione dei diritti di visita del genitore violento; 
  • Vietare per Legge l’uso durante i processi e dagli assistenti sociali della PAS: la ascientificità della cosiddetta sindrome, le evidenze a sostegno della mancanza di presupposti clinici, di validità e di affidabilità scientifica e medico-psicologica, viene rilevata da specialisti e 36 organizzazioni scientifiche internazionali 129 e nazionali;
  • Vietare in caso di violenza e separazione dei genitori di minori la possibilità di autorizzare lo svolgimento di incontri, anche in modalità protette, tra i minori ed il genitore autore di condotte violente. Valorizzare l’importanza che ricoprono le associazioni che lavorano per la prevenzione ed il contrasto alla violenza nell’essere parte civile nei processi, a fianco delle donne vittime di violenza maschile.

venerdì 16 giugno 2017


Hai figli minori? Questo documento del CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi Maltrattamento all'Infanzia) potrebbe interessarti:

REQUISITI MINIMI degli INTERVENTI nei casi di VIOLENZA ASSISTITA da maltrattamento sulle madri


Per maggiori informazioni cismai.it


Premessa e intenti
Il documento parte dalla definizione di violenza assistita già assunta dal CISMAI ( 2005), indicando quindi
i requisiti minimi degli interventi relativamente alle fasi della rilevazione, protezione, valutazione, trattamento,
anche in linea con quanto indicato dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e
la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, c.d. Convenzione di Istanbul,
sottoscritta dall’Italia il 27 settembre 2012 e ratificata dal Parlamento con la legge n. 77/2013, entrata in
vigore il 1 agosto 2014.1 - 2 - 3
Questa revisione enuclea i principali elementi su cui porre attenzione nell’impostazione degli interventi a
favore dei bambini e delle bambine vittime di violenza assistita da maltrattamento sulle madri.
Sono da includere quei casi, rari per l’incidenza, in cui il/la minorenne ha assistito direttamente o indirettamente
all’omicidio della madre e/o di altri familiari o all’omicidio/suicidio da parte del padre.
Sottolinea comunque la necessità della presa in carico anche delle altre tipologie di Violenza Assistita a
danno dei/delle minorenni, in particolare della Violenza Assistita da abuso e maltrattamenti sui fratelli e
sulle sorelle.

DEFINIZIONE
 Per violenza assistita intrafamiliare si intende l’esperire da parte della/del bambina/o e adolescente qualsiasi
forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, economica
e atti persecutori (c.d. stalking) su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minorenni.
Di particolare gravità è la condizione degli orfani denominati speciali, vittime di violenza assistita da
omicidio, omicidi plurimi, omicidio-suicidio. Il/la bambino/a o l’adolescente può farne esperienza direttamente
(quando la violenza/omicidio avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il/la minorenne è o
viene a conoscenza della violenza/omicidio), e/o percependone gli effetti acuti e cronici, fisici e psicologici. La
violenza assistita include l’assistere a violenze di minorenni su altri minorenni e/o su altri membri della famiglia
e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni degli animali domestici e da allevamento.
La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso, ancora sottovalutato e scarsamente rilevato, che può mettere a
rischio, a partire dalle prime fasi della gravidanza, la salute psico-fisica e la vita stessa, sia delle madri che dei figli.

2.
Il coinvolgimento dei bambini nella violenza domestica può avvenire non solo durante la convivenza dei genitori,
ma anche nella fase di separazione e dopo la separazione stessa. Queste ultime due fasi sono particolarmente
a rischio per il coinvolgimento dei figli da parte del padre/partner violento, il quale può utilizzare i bambini
come strumento per reiterare i maltrattamenti sulla madre e per continuare a controllarla. Inoltre in queste fasi
aumenta il rischio di escalation della violenza e la possibilità di un esito letale (omicidio della madre, omicidi
plurimi, omicidio-suicidio).
Le dinamiche della violenza domestica interferiscono sulla relazione con i figli, alterando l’espressione delle
funzioni genitoriali della madre e del padre maltrattante e i modelli di attaccamento.

VIOLENZA ASSISTITA DA
MALTRATTAMENTO SULLE MADRI
Una madre maltrattata è una donna che subisce/ha subito traumatizzazioni in genere croniche.
La violenza, soprattutto se protratta nel tempo (traumatizzazione cronica), oltre a danni fisici, può produrre
una vasta gamma di sintomi cognitivi, emotivi, comportamentali, somatici , fino a determinare quadri
sindromici complessi, per i quali sono state proposte dagli autori diverse classificazioni, quali disturbo
post traumatico da stress complesso e DESNOS (Herman, 1992, van der Kolk, 2005). Nel DSM V sono
inseriti nell’area nosografica dei “Disturbi correlati a stress e trauma” (Disturbo post traumatico da stress,
Disturbo Acuto da Stress, Disturbo dell’Adattamento, il Disturbo Reattivo dell’Attaccamento, il Disturbo
da coinvolgimento Sociale Disinibito).
La violenza domestica, in misura diversa a seconda della sua gravità, danneggia le competenze genitoriali,
influenzando fortemente la relazione con figlie e figli.
La violenza assistita è una forma di maltrattamento che può determinare nelle/nei bambine/i e adolescenti
effetti dannosi, a breve, medio e lungo termine, che investono le varie aree di funzionamento,
psicologico, emotivo, relazionale, cognitivo, comportamentale e sociale. Si possono configurare diversi
quadri diagnostici acuti o cronici a origine post traumatica, con diversi tempi di insorgenza.
L’intensità e la qualità degli esiti dannosi sulle/sui minorenni derivano dal bilancio tra i fattori di rischio e di
protezione, quali :

• età e genere.
• condizioni personali e ambientali precedenti;
• caratteristiche delle violenze a cui i bambini assistono (frequenza, precocità, durata, gravità degli atti);
• presenza di altre forme di maltrattamento e di altri eventi traumatici
• modalità di coping più o meno sviluppate ed efficaci, sia da parte della madre che da parte dei/delle bambini/
e; resilienza
• livello di coinvolgimento diretto dei/delle bambini/e e adolescenti nel maltrattamento (come coautori
delle violenze, come ostaggi, come oggetto di minacce a scopo di ricatto, intimidazione, pressione
psicologica nei confronti della partner, eccetera);
• fattori socio-culturali, tra cui le norme e i modelli di genere maschili e femminili
• presenza o meno di reti informali e formali supportive e la qualità degli interventi attivati. 

3.
Durante gli episodi di aggressione sulla madre, aumenta il rischio di violenza diretta su bambine e bambini.
Il rischio è ancor più elevato nei casi di omicidio della madre. in presenza dei figli: oltre a subire un gravissimo
danno psicologico, essi sono a rischio di lesioni fisiche anche letali.
Inoltre la violenza assistita rappresenta un fattore di rischio per altre forme di vittimizzazione a danno dei/
delle minorenni (quali trascuratezza, maltrattamento psicologico, maltrattamento fisico, abuso sessuale)
e per la trasmissione intergenerazionale della violenza.
Sono pertanto necessari precoci ed adeguati interventi di rilevazione, protezione, valutazione e trattamento.

L’INTERVENTO
La violenza assistita richiede che gli operatori mettano in atto interventi di presa in carico che si articolano
in fasi/funzioni operative tra loro logicamente interconnesse e ricorsive nel tempo: rilevazione, protezione,
valutazione, trattamento, monitoraggio e follow up.
Riveste particolare importanza, sin dalla fase di rilevazione e per tutto il percorso di presa in carico, la
necessità di un coordinamento e una integrazione fra i Servizi e le organizzazioni che si occupano degli
adulti e i Servizi e le Organizzazioni che si occupano dei minorenni, inclusi i Centri Antiviolenza e le Case
Rifugio, per evitare interventi contraddittori e frammentati.
Sono pertanto indispensabili programmi articolati di prevenzione, sensibilizzazione e formazione.

A. Rilevazione
Perché sia possibile la rilevazione della violenza assistita è fondamentale che gli operatori abbiano imparato
a riconoscere la violenza maschile contro le donne nella sua dimensione strutturale e nella sua
capillare diffusione. Siano cioè in grado di “vedere” una dimensione ancora sottovalutata e/o negata.
La rilevazione consiste:

• nella rilevazione della presenza di figlie e figli nelle situazioni di violenza domestica
• nell’individuazione dei segnali di malessere delle/dei minorenni.

È una fase che vede coinvolti gli operatori dei servizi sia per le/i minorenni che per gli adulti, appartenenti
ai settori sociale, sanitario, educativo e giuridico, dato che è necessaria un’attenzione multidisciplinare e
multicontestuale, in collaborazione con i Centri Antiviolenza.
I casi di violenza assistita possono presentarsi agli operatori come richiesta diretta di aiuto per la violenza
o in forma mascherata con altre motivazioni o su segnalazione di terzi. Le situazioni possono presentare
caratteristiche diverse rispetto all’urgenza e alla gravità.
È indispensabile distinguere le situazioni conflittuali (senza negare i danni, che da queste possono derivare
a bambini e bambine) dalle situazioni di violenza e maltrattamento, evitando di identificare come
conflitto o litigi tra partner situazioni dove avvengono atti e/o comportamenti maltrattanti e violenti
sulla madre, anche gravi e reiterati. 

4.
La mancata rilevazione e l’assenza di una descrizione puntuale dei fatti da parte degli operatori ostacolano
la protezione fisica e mentale, colludendo con errate o minimizzanti letture degli eventi e con la
sottovalutazione dell’impatto sulle madri e su figlie e figli testimoni.
Nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulla madre, la fase di rilevazione deve comprendere una
tempestiva valutazione del grado di rischio e della pericolosità/letalità fisica e/o mentale per le/i bambine/
i che vi assistono, ai fini dell’attivazione di interventi protettivi e riparativi adeguati.
Fin dai primi momenti è necessario tenere conto del grado di pericolosità della situazione al fine di non
compiere passi che aumentino il rischio rispetto all’incolumità fisica, psichica e al pericolo di vita.
La valutazione del rischio e della pericolosità/letalità connessa a situazioni di violenza dipende dalla effettiva
rilevazione dell’insieme degli indicatori che possono caratterizzare i diversi casi:
1. Indicatori relativi alla tipologia, caratteristiche e dinamiche degli atti di violenza fisica, verbale, psicologica,
economica, sessuale, atti persecutori (c.d. stalking) e al periodo di insorgenza del maltrattamento
2. Indicatori comportamentali, psicologici, sociali e relativi allo stato di salute psico-fisica della madre,
del maltrattante, delle/dei minorenni testimoni di violenza
3. Indicatori relativi alla presenza di fattori di rischio nel contesto familiare e sociale
4. Indicatori relativi ai fattori protettivi individuali, familiari e sociali e alle risorse che possono essere
attivate e rafforzate ai fini della protezione del minorenne.

A.1 Raccomandazioni
• Effettuare una rilevazione precoce delle situazioni di rischio per evitare danni iatrogeni.
• Discriminare con accuratezza le condizioni di alta conflittualità dalle situazioni di violenza.
• Procedere a una descrizione accurata dei fatti riportati dalla donna o da terzi.
• Effettuare una tempestiva valutazione del grado di rischio e pericolosità/ letalità attraverso l’utilizzo
di strumenti standardizzati al fine della rilevazione del rischio, dell’escalation della violenza e della
recidiva (SARA-SARA Plus, SURPLUS4).
• Compiere una attenta valutazione dello stato psico-fisico del bambino e della bambina, anche in assenza
di informazioni da parte dei genitori.

B. Protezione
Proteggere i minorenni vittime di violenza assistita e garantire loro il diritto alla salute fisica e psicologica, significa
in primo luogo interrompere la violenza in tutte le sue forme nei confronti della madre che la subisce.
Come sottolineato negli altri documenti CISMAI, la protezione delle/dei bambini e delle loro madri è un prerequisito
fondamentale per approfondimenti valutativi e per la progettazione e l’attuazione di interventi riparativi.
I tempi e le modalità degli interventi di protezione, compresi nei percorsi giudiziari, devono rispettare le
esigenze dei minori in relazione al loro benessere psicofisico, e il loro superiore interesse.
L’interruzione della violenza, a cui il bambino assiste, va attuata attraverso la messa in atto di interventi di
protezione e vigilanza adeguati alla gravità della situazione, in termini di tempestività, efficacia e durata.
Tali interventi saranno realizzati mediante l’attivazione dei Servizi, dei Centri Antiviolenza e delle Istituzioni
preposte, anche attraverso il ricorso all’autorità giudiziaria, secondo quanto previsto dalla legge.
La protezione implica che nel disciplinare l’affidamento dei/delle figlie/figli e le eventuali modalità di visita sia presa
in considerazione e non sottovalutata la presenza di violenza, e che non siano in nessun modo compromessi
i diritti e la sicurezza della vittima e delle/dei bambini/adolescenti (Convenzione di Istanbul, articolo 315) fino a
valutare l’eventuale necessità di ricorrere alla sospensione ovvero decadenza della responsabilità genitoriale del
maltrattante (Convenzione di Istanbul, articolo 456).
Ne consegue la necessità dell’esclusione dell’affido condiviso nei casi di violenza assistita, così come anche
previsto dalla normativa vigente.
Nel caso degli orfani speciali, si deve escludere l’affidamento ai parenti del perpetratore.
Particolare attenzione va posta all’opportunità dell’attivazione e della tempistica degli incontri protetti tra
vittime di violenza assistita e il padre che agisce violenza, valutando attentamente il rischio psico-fisico
per i figli.
Gli incontri protetti, d’altra parte, non costituiscono in alcun modo un intervento di valutazione e trattamento
della genitorialità del padre che ha agito violenza.
Gli incontri protetti devono essere subordinati alla precedente valutazione delle condizioni del minorenne, e
attuati in maniera tale da garantire una effettiva protezione fisica e psicologica per evitare ritraumatizzazioni
e vittimizzazioni secondarie.
Nei casi in cui si evidenzi il “rifiuto del figlio” a vedere il padre, occorre valutare in prima istanza l’ipotesi che
esso sia dovuto alla paura conseguente all’aver subito e/o essere stato testimone di violenza agita dal padre
stesso. Infatti, consapevoli che possano esservi anche situazioni in cui un genitore manipola o condiziona
un figlio a danno dell’altro genitore, l’ipotesi di manipolazione o condizionamento non deve essere supposta,
ma provata in base a evidenze ed a elementi obiettivi, e solo dopo aver escluso l’esistenza di dinamiche
coercitive, maltrattanti -anche psicologicamente- e violente.
Attenta valutazione e monitoraggio sono necessari anche rispetto all’opportunità o meno degli incontri
con i parenti del padre perpetratore, nel rispetto della salute psico-fisica del/della minorenne.

B.1 Raccomandazioni
Considerato che in primo luogo è necessario assicurare una protezione precoce e duratura:
• Gli operatori presenti agli incontri protetti devono avere una formazione specifica ed adeguata, che
consenta loro di riconoscere e interrompere dinamiche violente, anche psicologicamente, e manipolatorie.
• In caso di percorsi trattamentali nei Servizi per uomini che agiscono maltrattamento, le procedure
concordate devono assicurare sempre la protezione fisica e mentale dei bambini e delle loro madri,
in sinergia con gli interventi degli altri servizi e istituzioni implicati e, a termine del trattamento, attraverso
regolari follow up. 

6.
C. Valutazione
Nei casi di violenza assistita va effettuata una precoce, prima valutazione medica e psicologica dei bambini.
Vanno anche rilevati eventuali altri tipi di maltrattamento da loro subiti.
Si tratta di un percorso teso a valutare il quadro complessivo della situazione traumatica nei suoi aspetti
individuali e relazionali e i processi di interazione in atto tra fattori di rischio e di protezione. In particolare:
il grado di assunzione di responsabilità da parte degli adulti coinvolti e le risorse protettive disponibili per
la/il minorenne sui tempi medio lunghi nel contesto degli adulti di riferimento.
Nel caso di feminicidio in particolare, la valutazione non deve essere limitata al momento dell’omicidio e ai
tempi immediatamente successivi. Essa richiede, da parte degli operatori, una preparazione e un’esperienza
adeguate, che tengano conto della specificità dell’elaborazione del lutto traumatico, determinato dalla
morte della madre ad opera del padre e delle implicazioni anche in relazione al contesto familiare e sociale.
Per la gestione di questi casi è indispensabile una formazione e competenze specifiche.
Nei casi di violenza assistita è necessario effettuare una precoce, prima valutazione dello stato di salute
fisica e psicologica delle madri maltrattate.
Tale valutazione ha anche la finalità di individuare eventuali fattori di vulnerabilità della donna, per i quali
sia necessaria l’implementazione delle attività e delle azioni utili per la gestione del rischio.
Affinché venga riconosciuto il livello oggettivo di danno e di rischio, di cui non sempre i protagonisti sono
coscienti e in grado di riferire, nella valutazione è indispensabile tenere conto dei meccanismi di difesa
presenti in tutti i membri della famiglia: negazione, minimizzazione, normalizzazione, razionalizzazione.
Nella valutazione della recuperabilità delle competenze genitoriali, ai fini di una corretta diagnosi, prognosi
e trattamento, si devono tenere presenti i danni determinati dal maltrattamento protratto, sia sotto il
profilo medico che psicologico, discriminando eventuali problematiche di base o relative alla strutturazione
della personalità dalla sintomatologia post-traumatica e dagli effetti della violenza.
Esiste infatti il rischio che l’esito sia una valutazione “fotografica” che metta a fuoco prevalentemente le
inadeguatezze, senza ricondurle al danno da maltrattamento.
È necessario attuare programmi di valutazione dei maltrattanti, compresa la valutazione della pericolosità-
letalità, del rischio di recidiva e della recuperabilità delle competenze genitoriali, senza mai prescindere
dalla capacità di assunzione di responsabilità e di riconoscimento del danno inflitto.

C.1 Raccomandazioni
• Gli operatori devono avvalersi di strumenti evidence-based per la valutazione del trauma da violenza
assistita e del trauma specifico dei bambini che hanno assistito all’omicidio delle proprie madri.
• Gli operatori devono avvalersi di strumenti evidence-based per la valutazione della pericolosità e del
rischio di recidiva.
• È necessario integrare le informazioni raccolte dagli operatori dei diversi servizi, al fine di evitare valutazioni
frammentate. 
• Nella fase di valutazione gli operatori devono essere in grado di riconoscere i propri meccanismi di
difesa, che potrebbero indurre a minimizzare o normalizzare la lettura della violenza di genere.

D. Trattamento
È un percorso inserito nella cornice protettiva e valutativa sopra descritta, che ne costituisce non tanto
la premessa quanto il primo passo indispensabile, anche al fine di verificare le possibili evoluzioni e le
risorse che possono attivarsi.
Assistere alla violenza del padre nei confronti della madre non solo crea confusione nel mondo interiore
dei bambini su ciò che è affetto, intimità, violenza, ma va anche a minare il cuore delle relazioni primarie
e quindi lo sviluppo di un attaccamento sicuro.
I bambini vittime di violenza assistita necessitano di tempestivi interventi riparativi mirati/specialistici a
livello individuale e della relazione madre-bambino, che saranno autorizzati dall’Autorità Giudiziaria nei
casi il padre che ha agito violenza negherà il consenso necessario ad attivarli, così come previsto dalla
legislazione vigente.
Il trattamento dei bambini vittime di VA. deve avere caratteristiche di specificità adeguate agli effetti derivanti
da questo tipo di trauma, nelle sue diverse declinazioni.
Nello stesso tempo è di fondamentale importanza la cura degli esiti post traumatici nella madre, al fine
della riparazione della relazione madre-bambino.
Il miglioramento della genitorialità del genitore autore di violenza è subordinato al suo progresso nell’affrontare
la violenza da lui agita contro la partner. Ciò significa che egli riconosca la violenza e la propria
responsabilità nell’agirla, nonché comprenda le conseguenze che essa ha avuto e può avere, anche nel
futuro, sui figli.
Si lavorerà sulla riparazione della relazione padre- figlio, solo dopo la valutazione diagnostica e prognostica
di entrambi e della loro relazione, tenendo conto, per quello che riguarda i tempi di attuazione, delle fasi
del trattamento individuale (sia del/della bambino/a che del genitore), affinché il lavoro con la diade non sia
causa di ulteriori danni per la/il figlia/o.

D.1 Orfani speciali
Nel caso degli “orfani speciali” lo stato traumatico e le conseguenze psicopatologiche che ne possono derivare
sono particolarmente complessi. I bambini/adolescenti hanno perso entrambi i riferimenti genitoriali
e spesso hanno assistito direttamente all’omicidio della madre o ne hanno visto il cadavere. Il trattamento
deve assumere caratteristiche tali da rispondere alle necessità particolari del minore e deve comprendere
i nuovi caregiver, a cui i bambini vengono affidati.
È importante che il minore venga accompagnato dal terapeuta con continuità, e non solo nelle fasi iniziali,
sia nell’elaborazione del trauma che nelle varie tappe, coordinando gli interventi con gli altri operatori. 
• i meccanismi di negazione, minimizzazione, razionalizzazione, stigmatizzazione verso la violenza intrafamiliare,
presenti a livello socio-culturale

E.2 Programmi di formazione specifica degli operatori su
• riconoscimento corretto delle situazioni di violenza di genere per non confonderle con la ”conflittualità
familiare”e per evitare scelte operative inadeguate.
• la violenza domestica come fattore di rischio di maltrattamento fisico, abuso sessuale, trascuratezza
sui figli;
• conoscenza degli effetti traumatici trasformativi della violenza cronica nelle vittime e del danno alla
genitorialità nelle madri
• la gestione specifica dei casi di femminicidio, per intervenire in maniera adeguata sugli orfani speciali
• conoscenza delle caratteristiche relazionali e genitoriali degli aggressori domestici e delle loro diverse
tipologie
• gli interventi da attuare ai fini delle corrette metodiche di rilevazione, protezione, valutazione e
trattamento.
• le conseguenze che possono derivare da interventi scorretti e non coordinati, anche dal punto di
vista temporale.
• interventi complessi, coordinati fra le diverse agenzie del territorio (Tribunali, Forze dell’ordine, Servizi
sociali e sanitari, Centri Antiviolenza, Centri di Tutela minori, Settore educativo), conseguenti ad una
formazione interdisciplinare congiunta sulla specificità degli interventi che riguardano questa casistica.

NOTE
1 - Convenzione di Istanbul - Preambolo:
Riconoscendo che il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire
la violenza contro le donne;
Riconoscendo che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i
sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini
e impedito la loro piena emancipazione;
Riconoscendo la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere, e riconoscendo altresì
che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette
in una posizione subordinata rispetto agli uomini;
[…]
Riconoscendo che i bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenze all’interno
della famiglia.

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2 - Convenzione di Istanbul - Articolo 3
L’espressione “violenza nei confronti delle donne” intende designare una violazione dei diritti umani e una forma
di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono
suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce
di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata.
L’espressione “violenza domestica” designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si
verificano all’interno della famiglia o del nucleo famigliare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente
dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima.

3 - Convenzione di Istanbul - Articolo 26 - Protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza
1. Le Parti adottano le misure legislative e di ogni altro tipo necessarie per garantire che siano debitamente presi in
considerazione, nell’ambito dei servizi di protezione e di supporto alle vittime, i diritti e i bisogni dei bambini testimoni
di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione.
2. Le misure adottate conformemente al presente articolo comprendono le consulenze psico-sociali adattate all’età
dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione e
tengono debitamente conto dell’interesse superiore del minore
4 A.C. Baldry, “Linee guida per gli Special Orfhans” (2016)

5 - Convenzione di Istanbul - Articolo 31 - Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza
1. Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti
di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione
della presente Convenzione.
2. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di
custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.

6 - Convenzione di Istanbul - Articolo 45 - Sanzioni e misure repressive 
1. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che i reati stabiliti conformemente
alla presente Convenzione siano punibili con sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive, che tengano conto della
loro gravità. Tali sanzioni includono, se del caso, pene privative della libertà e che possono comportare l’estradizione.
2 . Le Parti possono adottare altre misure nei confronti degli autori dei reati, quali: – il monitoraggio, o la sorveglianza
della persona condannata; – la privazione della potestà genitoriale, se l’interesse superiore del bambino, che può
comprendere la sicurezza della vittima, non può essere garantito in nessun altro modo.