martedì 20 marzo 2018

Venerdì 23 marzo 2018


 “Il cuore nella rete: cyberbullismo, revenge porn e nuove forme di violenza” 

ore 16:00 presso Accabì- Hospital Burresi (Sala Conferenze 3°piano, via Carducci, 1 – Poggibonsi)

La violenza sulle donne nel web e attraverso il web è un fenomeno noto, soprattutto in seguito ad alcune tragiche vicende di cronaca che hanno scosso l’opinione pubblica, ma sul quale c’è ancora pochissima informazione. Le donne vittime di violenza consumata attraverso la rete sono tantissime, eppure la conoscenza su come sia possibile riconoscere, prevenire e tutelarsi da queste nuove forme di violenza è ancora poco diffusa sia tra il grande pubblico, che tra gli addetti ai lavori. 

Ne vogliamo parlare con Eretica, blogger di Abbatto i muri e de Il Fatto Quotidiano che da anni studia il fenomeno e raccoglie sul sito abbattoimuri.wordpress.com le testimonianze delle vittime e con l’Avvocata Monica Fara, collaboratrice del Centro AntiViolenza per cercare di capire insieme come sia possibile difendersi e, soprattutto, prevenire e contrastare queste nuove forme di violenza. L’incontro, patrocinato dal Comune di Poggibonsi, sarà anche l’occasione per presentare l’apertura di un nuovo punto di ascolto del Centro AntiViolenza presso i locali dell’Accabì- Hospital Burresi

Vi aspettiamo numerose/i!

giovedì 1 marzo 2018

Nasce il Forum Disuguaglianze Diversità

Il Forum è uno spazio di incontro e confronto per disegnare un diverso quadro politico con l'obiettivo di ridurre le diseguaglianze e valorizzare le diversità

di Zenab Ataalla (da www.noidonne.org)

 


Nato da un'idea della Fondazione Basso coinvolgendo successivamente altre sette organizzazioni (ActionAid, Caritas Italiana, Cittadinanzattiva, Cooperativa Dedalus, Fondazione di Comunità di Messina, Legambiente, Uisp) e di 32 ricercatori ed accademici impegnati nello studio delle disuguaglianze ed il loro effetto negativo sullo sviluppo nazionale, il Forum Disuguaglianze Diversità - presentato a Roma il 16 febbraio 2018 - intende "disegnare politiche pubbliche e azioni collettive che riducano le disuguaglianze e favoriscano il pieno sviluppo di ogni persona, vuole costruire consenso e impegno su di esse puntando sull'alleanza tra cittadini organizzati e ricerca, ragioni e sentimenti presenti in una moltiotudine di pratiche possono aiutare a trasformare paura e rabbia nell'avanzamento verso una società più giusta". 



“Di fronte alla crescita smisurata delle diseguaglianze in Italia – ha spiegato il Presidente della Fondazione Basso, Franco Ippolito – siamo convinti che è possibile sgretolare il senso comune di rassegnazione. Le alternative ci sono. Le disparità nascono da scelte politiche fatte negli anni passati, ma noi insieme possiamo costruire un progetto diverso”. Il Forum si propone come un tentativo di inversione delle tendenze in atto a partire dall’alleanza fra cittadini organizzati e ricerca e dalla contaminazione tra ragioni e sentimenti necessari a trasformare paura e rabbia nell’avanzamento verso una società più giusta. Per farlo è fondamentale focalizzarsi sulle regole di produzione e distribuzione del reddito e con esso anche della ricchezza, come ha affermato l’economista Elena Granaglia, economista e Professore ordinario di Scienza delle Finanze all'Università di Roma Tre, membro del Comitato Promotore del Forum, per la quale “le disuguaglianze sono entrate sì nel dibattito pubblico, ma quando parliamo di politiche, l’attenzione si ferma solo sulla povertà. Per contrastarla, dobbiamo concentrarci sulle disuguaglianze che la creano, intervenendo sulle regole del gioco invece” Sulle faglie che le disuguaglianze hanno creato si è concentrato Andrea Morniroli, operatore sociale della cooperativa Dedalus e membro del Comitato Promotore del Forum. 

“Nei territori si sono create vere e proprie rotture, che in presenza di una politica che rincorre luoghi comuni lasciano vuoti che creano paura e rabbia”. Difatti dove cresce la ricchezza aumenta anche la povertà, ed il centro e la periferia tendono sempre di più a distanziarsi e con loro anche le possibilità di riscatto sociale delle persone più deboli coinvolte si allontana. Abbattere le disuguaglianze, allora, vuol dire lavorare per la coesione e per il diritto di godere della ricchezza comune che si traducono nella possibilità di vivere una vita migliore. E’ seguito l’intervento di Fabrizio Barca, economista, ex Ministro per la Coesione Territoriale e Membro del Comitato Promotore del Forum, che ha presentato la visione del progetto: “L’obiettivo ultimo del Forum è disegnare politiche pubbliche e azioni collettive che riducano le disuguaglianze, che non sono inevitabili ma causate dall’inversione a U delle politiche pubbliche, dalla perdita di potere negoziale del lavoro e dal cambiamento del senso comune. 



Ci sono parti del paese in cui le disuguaglianze si concentrano determinando paura, risentimento, rabbia, e generando una “dinamica autoritaria”, aggiungendo che “si deve lavorare uniti, affinché le cosi cambino e per questo abbiamo messo insieme una visione di condivisione che vogliamo portare avanti”. Le quattro ricerche-azioni del Forum che indagano su diversi aspetti della disuguaglianza di ricchezza privata sono state presentate da Beatrice Costa, Responsabile Dipartimento Programmi di ActionAid e membro del Comitato Promotore del Forum, che ha ricordato l’importanza di connettere i progetti concreti alle teorie e ai saperi: “Per arrivare alla formulazione di proposte riteniamo che le nostre pratiche debbano accompagnarsi anche all’accademia. Per passare dal micro al macro serve del tempo, serve stare sul territorio.” Gaetano Giunta, Segretario generale della Fondazione di Comunità di Messina e membro del Comitato Promotore del Forum, ha infine illustrato i due progetti di ricerca-azione che si concentrano sull’accesso alla ricchezza comune: “Spazi occupati dal degrado diventeranno dei commons, creando ricchezza pubblica.” E così che parole importanti come inclusione e redistribuzione della ricchezza, più volte ripetute nel corso della mattinata, si trasformano in parole chiave per iniziare un percorso di rinnovamento con cui scardinare lo spettro della diffidenza e quello della disuguaglianza, e per ridurre le disparità che coinvolgono le fasce più deboli della popolazione, tra le quali ci sono soprattutto le donne e i bambini. Il lavoro del Forum si concentrerà nei prossimi mesi su quattro manifestazioni delle disuguaglianze: quella della ricchezza, del reddito e lavoro, nell’accesso e qualità dei servizi essenziali e della partecipazione, che sono tra l’altro al centro dell’Agenda 2030 dell’Onu, sottoscritta a settembre 2015 dai 193 Paesi membri. Il Forum, oltre a condurre le ricerche-azioni presentate, intende inoltre provare a costruire un “Programma Atkinson” per l’Italia a partire dalle proposte di Anthony Atkinson, economista britannico scomparso nel gennaio 2017 che ha dedicato gran parte della sua vita al tema delle disuguaglianze. Si propone inoltre come luogo di diffusione di informazioni e dati e di sperimentazione di metodi di confronto e deliberazione, iniziando già dalla partecipazione attiva sulla piattaforma nata il giorno del lancio pubblico.

mercoledì 7 febbraio 2018

Violenza: facciamo il punto 

Visi e nomi degli uomini che maltrattano 

Ecco cosa sta cambiando 

di Emanuela Valente 

Sono per oltre il 70% italiani, tra il 30 e i 50 anni, gli uomini accusati di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale, stalking, femminicidio. Oltre il 48% sono mariti, fidanzati o persone che fanno parte del contesto familiare. Anche o soprattutto per questo, 1 denuncia su 4 viene archiviata ed una percentuale variabile - ma comunque significativa - di dibattimenti si conclude con una assoluzione (dal 12,6% del distretto di Trento fino al 43,8% dei casi nella provincia di Caltanissetta). È questo uno dei motivi principali per cui, nonostante il numero arresti elevato, si è registrato negli ultimi mesi un calo delle denunce per maltrattamenti: come ci racconta la cronaca, sono molte le donne che decidono di non denunciare per timore di non essere adeguatamente protette e forse, ancora, per la paura di essere giudicate.

La relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio sottolinea la inadeguatezza dell’Italia anche solo nel fornire i dati richiesti dalla Convenzione di Istanbul, non essendo previsto un reato di “femminicidio” e nemmeno – fino al luglio 2015 - un sistema integrato di raccolta e di elaborazione dati. Solo il 36% degli uffici giudiziari lavora in rete e la mano destra non sa cosa fa la sinistra: il tribunale civile non comunica con quello penale e viceversa, ed accade così che un padre condannato per violenze domestiche venga definito “adeguato genitore affidatario” da quello civile, permettendo che il bambino continui a subirne i comportamenti, con il supporto di CTU (Consulenti Tecnici d’Ufficio) e Servizi Sociali. Sono molte (ma non sappiamo quante) le madri che rinunciano a proseguire nelle denunce per timore di essere giudicate alienanti e vedersi sottrarre i figli invece di poterli proteggere.

Tutto questo viene perfettamente fotografato dalla Rassegna Stampa che curo del primo mese del 2018. Sono 4 italiani e 1 cinese gli autori dei 5 femminicidi accertati compiuti a gennaio. Si chiamano Fabrizio Vitali, che ha ucciso una ragazza nigeriana all’interno di un albergo in provincia di Bergamo; Pasquale Concas, che – dopo aver già scontato una pena di 23 anni per l’uccisione di una donna – è tornato ad uccidere a Modena, dove ha gettato una giovane ungherese lungo i binari ferroviari; Gabriele Lucherini, accusato dell’omicidio preterintenzionale della compagna, che lo aveva riaccolto in casa, a Novara, dopo averlo già denunciato per maltrattamenti; Davide Mango, che a Caserta ha ucciso la moglie sparando all’impazzata e ferendo altre cinque persone. Potrebbe essere italiano anche l’assassino di Lin Suqing, la prostituta cinese trovata imbavagliata e seminuda in un appartamento in provincia di Salerno. Wu Yongqin, invece , che ha ucciso la moglie e un bimbo di tre anni nel loro appartamento a Cremona, è di origine cinese, anche se viveva in Italia da ormai 15 anni. Fino al 30 gennaio, è lui l’unico autore “straniero” di femminicidio: ha ucciso altri cinesi. Il 31 gennaio viene ritrovato il cadavere di Pamela Mastropietro, una 18enne con problemi di droga, il cui corpo è stato smembrato e abbandonato all’interno di due valigie. Un delitto orribile con una vittima giovane e bella. Fermato, la sera stessa del ritrovamento, un pusher nigeriano, il cui nome – Innocent - stride terribilmente con il resto della vicenda . Ignorando le grida di difesa di Innocent e le indagini ancora in corso, intorno alla tremenda sorte di Pamela si crea più di un fronte: si parla di immigrazione, di stranieri che odiano le donne, di razzismo, di politica che non ha controllo o di partiti che favorirebbero questi drammi, arrivando al fanatismo e alla vendetta. 

L’uccisione della ragazza fuggita dalla comunità di recupero viene definita - prematuramente e inopportunamente - “femminicidio” (se la ragazza è morta di overdose non si può dire “uccisa in quanto donna”) e diventa pretesto per battaglie politiche, proclami ideologici e sparatorie razziste. Niente di nuovo, insomma. Così come niente di nuovo, purtroppo, rivela la rassegna stampa delle aggressioni subite dalle donne e quella degli episodi che vedono coinvolti i bambini, utilizzati spesso come strumento di ricatto: dal padre separato che strappa il figlio dalle braccia della mamma a Salerno a quello che si barrica in casa con un neonato a Catania, dall’avvocato di Torino che ha abbandonato il bimbo sul balcone a quello che fugge con la figlia a Latina, dai tanti che picchiano la mamma davanti ai bambini (a Padova come a Foggia, ad Ancona come a Trieste e in tutto il resto della penisola) a quelli che minacciano di uccidere o sfregiare i figli (a Firenze, Mantova, Savona eccetera). E ancora nulla di nuovo sembra esserci nella diffidenza con cui persino alcune madri accolgono le denunce delle figlie, negli attacchi che riceve chi denuncia pubblicamente, fino agli schieramenti di incomprensibile difesa nei confronti degli uomini maltrattanti. 
Ma oltreoceano la Giudice Rosemarie Aquilina fa qualcosa di nuovo, gettando con disprezzo la memoria del medico pedofilo Larry Nassar, condannandolo a ben 175 anni di prigione ed invitando le donne a «tornare del mondo e fare cose meravigliose». Nel nostro piccolo, anche noi italiani registriamo qualche timido segnale di cambiamento: due giornali locali (della provincia di Trapani e di Reggio Calabria) hanno deciso di pubblicare la foto degli uomini violenti. Matteo Foggia e Ion Marian Raulet, hanno così goduto inaspettatamente del loro momento di notorietà per aver picchiato le rispettive compagne. Al posto delle banali foto di agenzia che generalmente ritraggono anonime volanti, finalmente in primo piano i volti di due uomini maltrattanti, con nomi, cognomi e curriculum. A fargli compagnia, le foto di Massimo De Angelis, l’insegnante “innamorato” della studentessa quindicenne, e quelle del magistrato destituito Francesco Bellomo, inventore del “dress code” per diventare giudice. Ne mancano ancora tante, ma confidiamo nello spirito emulativo. La vera differenza, infatti, la fanno le vere denunce: quelle con nomi e cognomi, quelle che mostrano le facce, quelle che pretendono davvero che chi ha sbagliato paghi e sia di monito a tutti gli altri, quelle che vogliono che sia il colpevole ad essere giudicato con disprezzo, e non chi ha subito. Sarebbe bello, in questo mese di febbraio, poter segnalare la novità di un sostegno totale ed incondizionato alle donne che decidono di denunciare, a cominciare dalle madri per finire agli organi di polizia e giudiziari: scoprire insomma il vero e profondo cambiamento di un paese.

mercoledì 3 gennaio 2018

Cos'è la violenza?

La violenza non è solo quella che lascia i lividi




Si sente parlare spesso di violenza sulle donne a sproposito e talvolta sembra che se non c'è un braccio rotto o un occhio nero la violenza sia un'opinione. Eppure chi lotta ogni giorno con il ciclo della violenza sa che non è così, perennemente in tensione, con la speranza ogni volta che sia l'ultima. Di violenza bisogna parlare, perché possiamo combattere solo ciò che conosciamo.

I meccanismi della violenza

La violenza più diffusa (aprite le orecchie!) è quella che avviene all’interno delle mura domestiche, in ambito familiare e consiste in continue azioni caratterizzate dallo scopo di dominio e controllo da parte di un partner sull’altro. Queste possono essere fisiche, psicologiche, economiche, sessuali.

VIOLENZA FISICA
Qualsiasi atto guidato dall’intenzione di fare del male o terrorizzare la vittima

-lancio di oggetti
-spintonamento
-schiaffi
-morsi, calci o pugni
-colpire o cercare di colpire con un oggetto
-percosse soffocamento
-minaccia con arma da fuoco o da taglio
-uso di arma da fuoco o da taglio

VIOLENZA SESSUALE
imposizione di pratiche sessuali indesiderate o di rapporti che facciano male fisicamente e che siano lesivi della dignità, ottenute con minacce di varia natura anche tra coniugi e partner.

VIOLENZA PSICOLOGICA 
-ogni forma di abuso che lede l’identità della donna
-attacchi verbali (derisione)
-insulto e denigrazione finalizzati a convincere la donna di “non valere nulla”
-isolare la donna e allontanarla dalle relazioni sociali di supporto
-impedirle l’accesso alle risorse economiche e non per limitare l'indipendenza
-gelosia ossessiva, controllo eccessivo, accuse ripetute di infedeltà e controllo delle frequentazioni
-minacce verbali di abuso
-aggressione o tortura nei confronti della donna e/o la sua famiglia, figli, amici
-minacce ripetute di abbandono, divorzio o inizio di un’altra relazione se la donna non soddisfa determinate richieste
-danneggiamento o distruzione degli oggetti di proprietà della donna
-violenza sugli animali cari alla donna e/o ai suoi figli/e

Nei momenti di rabbia tutti possiamo usare parole provocatorie, oltraggiose o sprezzanti, ma la violenza psicologica non è un impeto d’ira, bensì un tormento costante con l’obiettivo di sottomettere l’altro/a e mantenere il proprio potere e controllo.

VIOLENZA ECONOMICA 
-limitare o negare l’accesso alle finanze familiari per operare un controllo sulla libertà dell'altra/o
-occultare il patrimonio e le disponibilità finanziarie della famiglia
-vietare, ostacolare o boicottare il lavoro fuori casa
-non adempiere ai doveri di mantenimento stabiliti dalla Legge
-sfruttare la donna come forza lavoro nell’azienda familiare o in genere senza dare in cambio nessun tipo di retribuzione
-appropriarsi dei risparmi o dei guadagni del lavoro della donna e usarli a proprio vantaggio
-attuare ogni forma di tutela giuridica ad esclusivo vantaggio personale e a danno della donna (v. intestazione di immobili)

Limitare e/o impedire l’indipendenza economica della donna, spesso non permette la sottrazione da una relazione distruttiva di maltrattamento

STALKING 
Comportamento controllante messo in atto dal persecutore nei confronti della vittima da cui è stato rifiutato (generalmente un ex partner). Le condotte dello stalker sono spesso subdole, volte a molestare per porre la donna in uno stato di soggezione, comprometterne la serenità, farla sentire braccata, non libera.

Uscire dalla violenza si può! Noi ci siamo per farlo insieme!






mercoledì 6 dicembre 2017

Disparità di genere: Italia a che punto sei?

L'indice di disparità di genere paese per paese

Lavoro, salario, salute, istruzione... Sono molteplici le voci che danno un quadro della differenza di opportunità che persiste a livello mondiale tra donna e uomo. Il Global Gender Gap Report 2017 analizza 144 paesi, dando il polso anche della situazione italiana. Riportiamo di seguito un commento tratto da Repubblica.it

Wef: il 61,5% delle donne italiane che lavorano non viene pagato adeguatamente 

Il 61,5% delle donne che lavorano in Italia non vengono pagate per niente o non adeguatamente, contro il 22,9% degli uomini. E' uno degli allarmanti risultati dall'ultimo Global Gender Gap Report 2017 redatto dal World Economic forum. Nella classifica, ai primi posti ci sono i paesi in cui il gender gap ossia la discrepanza in opportunià, status e attitudini tra i due sessi, è meno evidente ed è stato seppur parzialmente colmato. Procedendo nella classifica, agli ultimi posti vi sono i paesi in cui invece tale divario è molto più marcato. Quest'anno, il nostro paese è piombato all'82 esimo posto su 144 posizioni complessive, dietro anche alla Grecia (che si colloca al 78esimo): dal 41esimo posto in cui eravamo nel 2015, siamo insomma crollati di ben 32 posizioni per quanto riguarda il gender gap, ossia la discrepanza in opportunità, status e attitudini tra i due sessi. L'anno scorso eravamo al 50esimo: in un anno, il calo è stato di ben 22 posizioni.

Specificatamente parlando di salario, siamo al 126 esimo posto nel divario di genere: gli uomini insomma guadagnano più delle donne, e questa non è una novità, ma dalla ricerca emerge anche che il gentil sesso lavora di più. Ogni giorno, una donna lavora 512 minuti contro i 453 di un suo collega mentre la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%) così come le persone senza lavoro scoraggiate (40,3% contro il 16,2% degli uomini). 

Nel Rapporto, emerge inoltre che in Italia il Parlamento è formato solo dal 31% da donne, e nei ministeri la loro presenza è limitata al 27,8%. Insomma, soprattutto per quanto riguarda il potere politico, il divario di genere (anche se ridotto rispetto al passato) è comunque molto ampio e si è allargato negli ultimi dieci anni per la salute e sopravvivenza: in questo campo, siamo passati dal 77 esimo del 2006 al 123 esimo posto. Come partecipazione economica e per opportunità offerte, siamo passati dall'87esimo del 2006 al 118esimo posto. A livello globale il divario di genere, spiega il Wef, è al 68% e si è comunque allargato. Con questi ritmi, ci vorranno 100 anni per colmarlo rispetto agli 83 stimati lo scorso anno: si tratta di una stima fatta a livello globale, come media tra i 61 anni dell'Europa occidentale e i 168 anni nel Nord America. Eppure, segnala il Wef, se si colmasse la parità di genere il Pil del mondo aumenterebbe di 5,3 miliardi di dollari. Sui 144 paesi presi in esame, l'Islanda si conferma al primo posto nel quale il divario è all'88%. Nella top ten, oltre ai paesi scandinavi, ritroviamo anche il Nicaragua e la Slovenia mentre gli Usa perdono posizione e arrivano al 49esimo posto mentre Cina, India e Giappone si collocano rispettivamente al 100esimo, 108esimo e 114esimo posto. 

Il rapporto mette in luce come nella partecipazione economica e nelle opportunità offerte, nessun paese al mondo ha colmato completamente il divario tra i sessi. In particolare, per quanto riguarda il potere politico, il divario si sta allargando e solo l'Islanda lo ha colmato per più del 70%. L'Europa occidentale resta la regione al mondo con il gap più ridotto, e cioè del 25% in media e l'Italia è però fanalino di coda, dopo la Grecia, e prima solo di Cipro (al 92 esimo) e Malta (93esimo). Gli Stati Uniti invece hanno un divario di genere leggermente superiore a quello dell'Europa occidentale, nella misura del 28%. Divario che si amplia al 71% nell'Europa orientale e in Asia centrale ma che si riduce al 30% in America Latina e nei Caraibi: anzi tra le prime 10 posizioni al mondo, ritroviamo proprio il Nicaragua. E il Brasile, nonostante si collochi al 90esimo posto, è uno dei Paesi che ha chiuso completamente il suo divario di scolarità di istruzione. Il divario di genere si allarga, come largamente previsto, nel Medio Oriente, e in Africa settentrionale: qui il tasso è al 40%. 

A livello globale, il Wef sostiene che le differenze di genere più ampie riguardano la sfera economica e quella sanitaria. E con questa tendenza, ci vorranno 217 anni per colmare il divario economico di genere: è il valore più basso misurato dal 2008. Tornando all'Italia, siamo al 90 esimo posto come partecipazione alla forza lavoro e al 103esimo posto per salario percepito (gli uomini guadagnano di più delle donne). Per quanto riguarda l'istruzione, siamo piombati dal 27esimo posto del 2006 al 60esimo: ci sono più bambine che bambini che non vanno a scuola, e anche nell'uso di Internet c'è uno scarto a vantaggio del mondo maschile. Tra i laureati, le donne sono la maggior parte degli studenti di facoltà di arti e di insegnamento, ma anche in medicina e nel welfare in generale.

domenica 19 novembre 2017

Per vincere la cultura della violenza serve solidarietà. Di seguito condividiamo il Comunicato Stampa di D.i.Re che rilancia il ruolo decisivo dei Centri Antiviolenza. 

Una, mille, centomila denunciano casi di ricatto sessuale nel mondo del lavoro da 30 anni. I Centri antiviolenza Di.Re. sono a fianco alle donne.


“Siamo con Asia, con le ministre svedesi che hanno denunciato molestie ai Summit europei, con le sportive abusate per poter accedere alle Olimpiadi, con tutte le donne che superano il silenzio anche tra le mura domestiche, liberandosi dalla paura e dalla vergogna della violenza subìta.” 
Così Lella Palladino, Presidente dell'Associazione Nazionale Di.Re. Donne in Rete contro la violenza, a sostegno della libertà delle donne dalla violenza, rilancia l’importanza e il ruolo dei Centri antiviolenza della rete. “Dalla violenza si esce con la forza delle donne”, continua Palladino in un appello che lancia a tutte le donne.

Le denunce lanciate in questi giorni da tante donne, dal mondo dello spettacolo a quello dello sport, dalla politica, dalle mura domestiche non fanno che confermare che c’è ancora molto da lavorare perché le donne possano sentirsi libere dalla violenza, in ogni ambito, così come confermano le 80 Organizzazioni della Rete D.i.Re che da oltre trenta anni, sostengono le donne nei progetti di uscita dalla violenza.

“Non vi è un tempo giusto per portare a galla le violenze subite, il silenzio non è connivenza, né calcolo, è determinante per la donna il suo sentirsi pronta ad affrontare un percorso di uscita che non necessariamente porta alla denuncia, ma la libera dal senso di frustrazione per ciò che ha subito, la rende più consapevole, non la fa sentire sola.” Così conclude Palladino, nell’offrire sostegno e forza a tutte le donne che hanno la forza di parlare della violenza subìta nei tempi, nei modi e nelle circostanze che ritengono possibili.

giovedì 21 settembre 2017




“La violenza contro le donne è forse la più vergognosa violazione dei diritti umani. E forse è la più diffusa. Non conosce confini geografici, culturali o di stato sociale. Finché continuerà, non potremo pretendere di realizzare un vero progresso verso l’eguaglianza, lo sviluppo e la pace.” 
Kofi Annan, 8 Marzo 1999, Nazioni Unite 

2007-2017: 10 anni di lotta al fianco delle donne. Un traguardo di cui l’Associazione Donne Insieme Valdelsa Centro Antiviolenza va fiera e vuole celebrare insieme a voi, sabato 30 settembre 2017, con una conferenza di approfondimento sul tema della violenza di genere. L'evento avrà luogo presso la Biblioteca Comunale Marcello Braccagni di Colle di val d’Elsa (via di Spugna, 78) e prevede:

16:00 Introduzione e Saluti del Centro Antiviolenza – Patrizia Cencetti, Rappresentante Legale Donne Insieme Valdelsa
16:10 Saluti del Cesvot delegazione di Siena
16:15 La nascita del Centro Antiviolenza: le Socie Fondatrici raccontano
16:30 Saluti delle Istituzioni Comunali dei cinque Comuni dell’Alta Val d’Elsa 
16:55 Il Centro Pari Opportunità Valdelsa: 'Quale impulso per contrastare la violenza?' – Lucia Coccheri, Presidente Centro Pari Opportunità Valdelsa
17:00 'La Convenzione di Istanbul: una Legge che non lascia spazio all’immaginazione' – Manuela Ulivi, Avvocata Donne in Rete contro la violenza di genere
17:40 'Spettatori e vittime. La violenza assistita tra sfide odierne e prospettive future - Francesca Pidone, Coordinatrice Telefono Donna Pisa, Esperta Tribunale di sorveglianza Firenze
18:10 Conclusioni e dibattito – Elena Pullara, Operatrice Donne Insieme Valdelsa

 Vi aspettiamo numerose! 

Evento organizzato con la collaborazione di 
CESVOT, DiRe (Donne in Rete contro la violenza), Centro Pari Opportunità Valdelsa, Comune di Colle di Val d’Elsa, Comune di Poggibonsi, Comune di San Gimignano, Comune di Radicondoli, Comune di Casole d’Elsa, Atelier Vantaggio Donna, Pubblica Assistenza di Poggibonsi, Misericordia di Poggibonsi, AUSER Solidarietà Sociale Poggibonsi, Biblioteca ‘Marcello Braccagni’ di Colle di Val d’Elsa.