venerdì 7 luglio 2017

Discriminazione e violenza sulla donne: a che punto siamo? 

Riportiamo di seguito un estratto del rapporto Ombra CEDAW elaborato dalla piattaforma italiana CEDAW: Lavori in corsa
Il documento parla dello stato di attuazione da parte dell’Italia della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna. Il periodo di riferimento è il 2006-2014, i cui dati sono discussi all'interno del VII Rapporto presentato dal Governo italiano nel 2015


Per visualizzare il Rapporto integrale -> Rapporto Ombra Cedaw 2016/2017


RACCOMANDAZIONE 19 - La violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme è un fenomeno strutturale che continua ad essere in Italia ancora molto grave e diffuso. Una donna su tre subisce violenza. Dall’indagine Istat 2015 sono emersi segnali di miglioramento rispetto alla situazione fotografata nel 2006, ma le violenze rilevate si sono manifestate con forme più gravi ed è aumentato il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014). Rimangono stabili o in aumento i femminicidi e le lesioni gravissime da tentato femminicidio anche nella diminuzione decennale che riguarda gli omicidi in generale nel paese. Nelle aule giudiziarie ancora troppo spesso, come nei mass media, viene invocata la gelosia, il raptus, l’incapacità di intendere e di volere dell’autore di violenza, e si procede con rito abbreviato, senza tenere conto della logica e l’estrema lucidità delinquenziale con cui agisce l’autore di violenza, e il potenziale recidivo che permane. In Italia la violenza maschile contro le donne continua quindi ad avere una forte minimizzazione e giustificazione dei violenti, anche per la narrazione che ne fanno i mass media, pur essendo cresciuta la consapevolezza della gravità e pericolosità del fenomeno (vedi art.5).

A seguito della straordinaria mobilitazione delle associazioni delle donne e per i diritti umani, e dei centri anti violenza, la Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione e la lotta alla violenza sulle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), è stata ratificata con approvazione all’unanimità del Parlamento nell’agosto del 2013. Ciononostante la Convezione di Istanbul non è ancora sufficientemente conosciuta nei suoi contenuti e applicata in maniera uniforme su tutto il territorio italiano (vedi art. 2). Il recepimento delle direttive europee che hanno rilevanza sul tema (2012/29/UE, 2011/99/UE, 2004/80/CE) è avvenuto in modo parziale, (vedi art. 2 e Raccomandazione 31) in assenza di dibattito partecipato, nonostante i cambiamenti di sistema che le stesse comportavano per l’ordinamento italiano. Gli interventi legislativi e le politiche del Governo centrale e regionale sono minate nella loro efficacia perché persiste un sostrato diffuso di pregiudizi e stereotipi discriminatori nei confronti delle donne nella pubblica opinione compresi tra gli operatori che lavorano con le donne che subiscono violenza. Ciò rallenta o addirittura impedisce l’operatività delle disposizioni normative esistenti in materia.

Gli interventi centrali e regionali dal 2011 ad oggi, non sono ispirati dalla finalità generale di cambiamento delle relazioni di potere tra uomini e donne, né di empowerment delle donne, ma appaiono improntati ad un intervento rivolto principalmente all’assistenza, ad un parziale finanziamento ai centri antiviolenza, e a garantire sporadiche formazioni di alcuni operatori delle articolazioni dello Stato e azioni di sensibilizzazione con campagne sull’opinione pubblica a loro volta criticabili. Anche se il fenomeno della violenza è strutturale e non emergenziale, il D.L. n. 93/3 e la legge di conversione n. 119/13, poneva erroneamente la necessità di un Piano Straordinario (e non ordinario) contro la violenza maschile coordinato dal Dipartimento Pari Opportunità. La mancata continuità della responsabilità politica all’interno del Dipartimento Pari Opportunità ha reso inefficace il coordinamento delle azioni di prevenzione e contrasto della violenza, compreso il Piano straordinario. Il Piano d'azione straordinario antiviolenza del 2015 in scadenza nel 2017, è stato fortemente criticato dai centri antiviolenza e dalle associazioni impegnate nel contrasto alla violenza maschile coinvolte su tavoli ministeriali per consultazione durante la scrittura del Piano. Le azioni previste nel piano erano generiche e prive di concretezza. È mancata la sistematicità, l’organicità e la verifica, nonché di sufficienti finanziamenti per assicurare prevenzione, protezione e la punizione degli autori di violenza sulle donne.

E’ inoltre mancata la trasparenza da parte delle Regioni rispetto all’uso che esse hanno fatto dei finanziamenti ricevuti dal governo centrale, rivolti alle politiche di protezione e prevenzione dalla violenza. Inoltre ogni regione ha leggi regionali antiviolenza, tutte le leggi sono disomogenee fra loro. I professionisti che operano nelle articolazioni dello Stato, servizi sociali, settore giustizia, forze di polizia etc... troppo spesso scambiano situazioni di violenza con quelle di conflittualità di coppia, con gravi danni nei confronti delle donne costrette a procedimenti di mediazione familiare e in caso di minori ad affidi condivisi, anche quando non desiderati. Il diritto civile non è stato innovato dal punto di vista legislativo in occasione della ratifica della Convenzione di Istanbul. In particolare non sono state recepite le disposizioni di cui agli artt. 31 e 48 della Convenzione (custodia, diritto di visita e sicurezza e divieto di risoluzione alternativa dei conflitti) e le prassi giurisprudenziali evidenziano aspetti allarmanti: mancato coordinamento tra il Diritto penale e il Diritto civile; scarso utilizzo degli ordini di allontanamento in sede civile; assenza di norme che impediscano di applicare l’affidamento condiviso in caso di violenza; assenza di norme che escludano la mediazione obbligatoria nei casi di violenza (racc. 31). La sindrome di alienazione genitoriale (PAS), in casi di violenza, ancora oggi viene troppo spesso invocata dagli assistenti sociali e nelle aule giudiziarie dai periti, a discapito dei diritti del minore vittima di violenza assistita e della donna vittima.

RACCOMANDAZIONI
- Dare attuazione delle disposizioni della Convenzione di Istanbul, anche alla luce del piano di azione nazionale antiviolenza attualmente in discussione;
- Adottare da parte del Governo e delle Istituzioni nazionali, regionali e locali, politiche di prevenzione e contrasto della violenza che tengano conto della natura strutturale della violenza di genere;
- Prevenire i ‘matrimoni precoci’ e forzati con politiche adeguate ed anche con disposizioni volte ad impedire l’espatrio, inclusive anche per le ragazze Rom;
- Prevedere finanziamenti adeguati alle azioni di prevenzione e di protezione delle donne vittime di violenza e dei minori vittime di violenza assistita;
- Controllare l’erogazione e l’utilizzo dei fondi a livello nazionale, regionale e locale, verificarne l’utilizzo e i risultati di impatto;
- Adottare un nuovo Piano d’azione contro la violenza come strumento ordinario (non straordinario improntato all’emergenza) e continuativo di efficace politica di contrasto alla violenza contro le donne, che si sviluppi attraverso un processo partecipato, che valorizzi il ruolo della società civile organizzata e che impegni tutte le istituzioni a livello politico e amministrativo;
- Riconoscere e potenziare il ruolo dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio e della loro specificità e competenza, distinguendoli nel rispetto delle caratteristiche indicate dalla Convenzione di Istanbul da altri soggetti del privato fornitori di servizi che non operano secondo un’ottica di genere e garantendo finanziamenti congrui per assicurare una sostenibilità e continuità dell’operato dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio secondo gli standard internazionali e nazionali sanciti per i diritti umani;
- Raccogliere dati amministrativi, in modo sistematico e periodico sugli ordini di provvedimenti in sede civile e penale, per vittima, autore della violenza, relazione tra loro, età, luogo della violenza come richiede la Convenzione di Istanbul;
- Predisporre la formazione delle figure apicali e delle figure operative nelle diverse articolazioni dello Stato, centrale e regionale, sulle disposizioni della Convenzione di Istanbul al fine di darne attuazione;
- Dar conoscenza e applicazione alla Legge n. 122/2016: recante disposizioni che hanno introdotto 'l’indennizzo' in favore delle vittime di reati intenzionali violenti; (la Convenzione di Istanbul significativamente fa riferimento a compensazione e/o risarcimento, art. 30);
- Assicurare il coordinamento delle misure cautelari, precautelari e gli obblighi di protezione adottabili in sede civile e penale producendo un continuo coordinamento tra il Giudice penale ed il Giudice civile anche nel campo dei diritti di visita e custodia dei figli, in modo tale da garantire contestualmente la messa in sicurezza, negando l’affidamento condiviso e/o esclusivo sui figli a favore del genitore autore di violenza e in considerazione della gravità della violenza assistita in sede di determinazione dei diritti di visita del genitore violento;
- Vietare per Legge l’uso durante i processi e dagli assistenti sociali della PAS: la ascientificità della cosiddetta sindrome, le evidenze a sostegno della mancanza di presupposti clinici, di validità e di affidabilità scientifica e medico-psicologica, viene rilevata da specialisti e 36 organizzazioni scientifiche internazionali 129 e nazionali;
- Vietare in caso di violenza e separazione dei genitori di minori la possibilità di autorizzare lo svolgimento di incontri, anche in modalità protette, tra i minori ed il genitore autore di condotte violente. Predisporre precauzioni e tecniche di svolgimento degli incontri in modalità protette come dispone l’art. 31 della Convenzione di Istanbul;
- Favorire le tecniche di audizione protetta della donna vittima di reati di violenza di genere, se non diversamente richiesto (come dispone l’art. 56 della Convenzione di Istanbul);
- Assicurare la specializzazione e la competenza sui temi della violenza sulle donne e la violenza assistita e testimoniata dai minori, dei periti e dei consulenti tecnici nominati dall’autorità giudiziaria nei procedimenti relativi a condotte di maltrattamento, violenza, abuso e crisi della coppia. Le scelte in materia della L. n. 24/2017 relativa alla responsabilità medica (l’art. 5 della Convenzione di Istanbul richiama alla Diligenza dello Stato);
- Favorire protocolli organizzativi per la collaborazione tra le reti territoriali esistenti di contrasto alla violenza sulle donne (e future anche in vista del nuovo Piano Nazionale) con anche gli Uffici Giudiziari;
- Valorizzare l’importanza che ricoprono le associazioni che lavorano per la prevenzione ed il contrasto alla violenza nell’essere parte civile nei processi, a fianco delle donne vittime di violenza maschile. 

venerdì 16 giugno 2017


Hai figli minori? Questo documento del CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi Maltrattamento all'Infanzia) potrebbe interessarti:

REQUISITI MINIMI degli INTERVENTI nei casi di VIOLENZA ASSISTITA da maltrattamento sulle madri


Per maggiori informazioni cismai.it


Premessa e intenti
Il documento parte dalla definizione di violenza assistita già assunta dal CISMAI ( 2005), indicando quindi
i requisiti minimi degli interventi relativamente alle fasi della rilevazione, protezione, valutazione, trattamento,
anche in linea con quanto indicato dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e
la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, c.d. Convenzione di Istanbul,
sottoscritta dall’Italia il 27 settembre 2012 e ratificata dal Parlamento con la legge n. 77/2013, entrata in
vigore il 1 agosto 2014.1 - 2 - 3
Questa revisione enuclea i principali elementi su cui porre attenzione nell’impostazione degli interventi a
favore dei bambini e delle bambine vittime di violenza assistita da maltrattamento sulle madri.
Sono da includere quei casi, rari per l’incidenza, in cui il/la minorenne ha assistito direttamente o indirettamente
all’omicidio della madre e/o di altri familiari o all’omicidio/suicidio da parte del padre.
Sottolinea comunque la necessità della presa in carico anche delle altre tipologie di Violenza Assistita a
danno dei/delle minorenni, in particolare della Violenza Assistita da abuso e maltrattamenti sui fratelli e
sulle sorelle.

DEFINIZIONE
 Per violenza assistita intrafamiliare si intende l’esperire da parte della/del bambina/o e adolescente qualsiasi
forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, economica
e atti persecutori (c.d. stalking) su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minorenni.
Di particolare gravità è la condizione degli orfani denominati speciali, vittime di violenza assistita da
omicidio, omicidi plurimi, omicidio-suicidio. Il/la bambino/a o l’adolescente può farne esperienza direttamente
(quando la violenza/omicidio avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il/la minorenne è o
viene a conoscenza della violenza/omicidio), e/o percependone gli effetti acuti e cronici, fisici e psicologici. La
violenza assistita include l’assistere a violenze di minorenni su altri minorenni e/o su altri membri della famiglia
e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni degli animali domestici e da allevamento.
La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso, ancora sottovalutato e scarsamente rilevato, che può mettere a
rischio, a partire dalle prime fasi della gravidanza, la salute psico-fisica e la vita stessa, sia delle madri che dei figli.

2.
Il coinvolgimento dei bambini nella violenza domestica può avvenire non solo durante la convivenza dei genitori,
ma anche nella fase di separazione e dopo la separazione stessa. Queste ultime due fasi sono particolarmente
a rischio per il coinvolgimento dei figli da parte del padre/partner violento, il quale può utilizzare i bambini
come strumento per reiterare i maltrattamenti sulla madre e per continuare a controllarla. Inoltre in queste fasi
aumenta il rischio di escalation della violenza e la possibilità di un esito letale (omicidio della madre, omicidi
plurimi, omicidio-suicidio).
Le dinamiche della violenza domestica interferiscono sulla relazione con i figli, alterando l’espressione delle
funzioni genitoriali della madre e del padre maltrattante e i modelli di attaccamento.

VIOLENZA ASSISTITA DA
MALTRATTAMENTO SULLE MADRI
Una madre maltrattata è una donna che subisce/ha subito traumatizzazioni in genere croniche.
La violenza, soprattutto se protratta nel tempo (traumatizzazione cronica), oltre a danni fisici, può produrre
una vasta gamma di sintomi cognitivi, emotivi, comportamentali, somatici , fino a determinare quadri
sindromici complessi, per i quali sono state proposte dagli autori diverse classificazioni, quali disturbo
post traumatico da stress complesso e DESNOS (Herman, 1992, van der Kolk, 2005). Nel DSM V sono
inseriti nell’area nosografica dei “Disturbi correlati a stress e trauma” (Disturbo post traumatico da stress,
Disturbo Acuto da Stress, Disturbo dell’Adattamento, il Disturbo Reattivo dell’Attaccamento, il Disturbo
da coinvolgimento Sociale Disinibito).
La violenza domestica, in misura diversa a seconda della sua gravità, danneggia le competenze genitoriali,
influenzando fortemente la relazione con figlie e figli.
La violenza assistita è una forma di maltrattamento che può determinare nelle/nei bambine/i e adolescenti
effetti dannosi, a breve, medio e lungo termine, che investono le varie aree di funzionamento,
psicologico, emotivo, relazionale, cognitivo, comportamentale e sociale. Si possono configurare diversi
quadri diagnostici acuti o cronici a origine post traumatica, con diversi tempi di insorgenza.
L’intensità e la qualità degli esiti dannosi sulle/sui minorenni derivano dal bilancio tra i fattori di rischio e di
protezione, quali :

• età e genere.
• condizioni personali e ambientali precedenti;
• caratteristiche delle violenze a cui i bambini assistono (frequenza, precocità, durata, gravità degli atti);
• presenza di altre forme di maltrattamento e di altri eventi traumatici
• modalità di coping più o meno sviluppate ed efficaci, sia da parte della madre che da parte dei/delle bambini/
e; resilienza
• livello di coinvolgimento diretto dei/delle bambini/e e adolescenti nel maltrattamento (come coautori
delle violenze, come ostaggi, come oggetto di minacce a scopo di ricatto, intimidazione, pressione
psicologica nei confronti della partner, eccetera);
• fattori socio-culturali, tra cui le norme e i modelli di genere maschili e femminili
• presenza o meno di reti informali e formali supportive e la qualità degli interventi attivati. 

3.
Durante gli episodi di aggressione sulla madre, aumenta il rischio di violenza diretta su bambine e bambini.
Il rischio è ancor più elevato nei casi di omicidio della madre. in presenza dei figli: oltre a subire un gravissimo
danno psicologico, essi sono a rischio di lesioni fisiche anche letali.
Inoltre la violenza assistita rappresenta un fattore di rischio per altre forme di vittimizzazione a danno dei/
delle minorenni (quali trascuratezza, maltrattamento psicologico, maltrattamento fisico, abuso sessuale)
e per la trasmissione intergenerazionale della violenza.
Sono pertanto necessari precoci ed adeguati interventi di rilevazione, protezione, valutazione e trattamento.

L’INTERVENTO
La violenza assistita richiede che gli operatori mettano in atto interventi di presa in carico che si articolano
in fasi/funzioni operative tra loro logicamente interconnesse e ricorsive nel tempo: rilevazione, protezione,
valutazione, trattamento, monitoraggio e follow up.
Riveste particolare importanza, sin dalla fase di rilevazione e per tutto il percorso di presa in carico, la
necessità di un coordinamento e una integrazione fra i Servizi e le organizzazioni che si occupano degli
adulti e i Servizi e le Organizzazioni che si occupano dei minorenni, inclusi i Centri Antiviolenza e le Case
Rifugio, per evitare interventi contraddittori e frammentati.
Sono pertanto indispensabili programmi articolati di prevenzione, sensibilizzazione e formazione.

A. Rilevazione
Perché sia possibile la rilevazione della violenza assistita è fondamentale che gli operatori abbiano imparato
a riconoscere la violenza maschile contro le donne nella sua dimensione strutturale e nella sua
capillare diffusione. Siano cioè in grado di “vedere” una dimensione ancora sottovalutata e/o negata.
La rilevazione consiste:

• nella rilevazione della presenza di figlie e figli nelle situazioni di violenza domestica
• nell’individuazione dei segnali di malessere delle/dei minorenni.

È una fase che vede coinvolti gli operatori dei servizi sia per le/i minorenni che per gli adulti, appartenenti
ai settori sociale, sanitario, educativo e giuridico, dato che è necessaria un’attenzione multidisciplinare e
multicontestuale, in collaborazione con i Centri Antiviolenza.
I casi di violenza assistita possono presentarsi agli operatori come richiesta diretta di aiuto per la violenza
o in forma mascherata con altre motivazioni o su segnalazione di terzi. Le situazioni possono presentare
caratteristiche diverse rispetto all’urgenza e alla gravità.
È indispensabile distinguere le situazioni conflittuali (senza negare i danni, che da queste possono derivare
a bambini e bambine) dalle situazioni di violenza e maltrattamento, evitando di identificare come
conflitto o litigi tra partner situazioni dove avvengono atti e/o comportamenti maltrattanti e violenti
sulla madre, anche gravi e reiterati. 

4.
La mancata rilevazione e l’assenza di una descrizione puntuale dei fatti da parte degli operatori ostacolano
la protezione fisica e mentale, colludendo con errate o minimizzanti letture degli eventi e con la
sottovalutazione dell’impatto sulle madri e su figlie e figli testimoni.
Nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulla madre, la fase di rilevazione deve comprendere una
tempestiva valutazione del grado di rischio e della pericolosità/letalità fisica e/o mentale per le/i bambine/
i che vi assistono, ai fini dell’attivazione di interventi protettivi e riparativi adeguati.
Fin dai primi momenti è necessario tenere conto del grado di pericolosità della situazione al fine di non
compiere passi che aumentino il rischio rispetto all’incolumità fisica, psichica e al pericolo di vita.
La valutazione del rischio e della pericolosità/letalità connessa a situazioni di violenza dipende dalla effettiva
rilevazione dell’insieme degli indicatori che possono caratterizzare i diversi casi:
1. Indicatori relativi alla tipologia, caratteristiche e dinamiche degli atti di violenza fisica, verbale, psicologica,
economica, sessuale, atti persecutori (c.d. stalking) e al periodo di insorgenza del maltrattamento
2. Indicatori comportamentali, psicologici, sociali e relativi allo stato di salute psico-fisica della madre,
del maltrattante, delle/dei minorenni testimoni di violenza
3. Indicatori relativi alla presenza di fattori di rischio nel contesto familiare e sociale
4. Indicatori relativi ai fattori protettivi individuali, familiari e sociali e alle risorse che possono essere
attivate e rafforzate ai fini della protezione del minorenne.

A.1 Raccomandazioni
• Effettuare una rilevazione precoce delle situazioni di rischio per evitare danni iatrogeni.
• Discriminare con accuratezza le condizioni di alta conflittualità dalle situazioni di violenza.
• Procedere a una descrizione accurata dei fatti riportati dalla donna o da terzi.
• Effettuare una tempestiva valutazione del grado di rischio e pericolosità/ letalità attraverso l’utilizzo
di strumenti standardizzati al fine della rilevazione del rischio, dell’escalation della violenza e della
recidiva (SARA-SARA Plus, SURPLUS4).
• Compiere una attenta valutazione dello stato psico-fisico del bambino e della bambina, anche in assenza
di informazioni da parte dei genitori.

B. Protezione
Proteggere i minorenni vittime di violenza assistita e garantire loro il diritto alla salute fisica e psicologica, significa
in primo luogo interrompere la violenza in tutte le sue forme nei confronti della madre che la subisce.
Come sottolineato negli altri documenti CISMAI, la protezione delle/dei bambini e delle loro madri è un prerequisito
fondamentale per approfondimenti valutativi e per la progettazione e l’attuazione di interventi riparativi.
I tempi e le modalità degli interventi di protezione, compresi nei percorsi giudiziari, devono rispettare le
esigenze dei minori in relazione al loro benessere psicofisico, e il loro superiore interesse.
L’interruzione della violenza, a cui il bambino assiste, va attuata attraverso la messa in atto di interventi di
protezione e vigilanza adeguati alla gravità della situazione, in termini di tempestività, efficacia e durata.
Tali interventi saranno realizzati mediante l’attivazione dei Servizi, dei Centri Antiviolenza e delle Istituzioni
preposte, anche attraverso il ricorso all’autorità giudiziaria, secondo quanto previsto dalla legge.
La protezione implica che nel disciplinare l’affidamento dei/delle figlie/figli e le eventuali modalità di visita sia presa
in considerazione e non sottovalutata la presenza di violenza, e che non siano in nessun modo compromessi
i diritti e la sicurezza della vittima e delle/dei bambini/adolescenti (Convenzione di Istanbul, articolo 315) fino a
valutare l’eventuale necessità di ricorrere alla sospensione ovvero decadenza della responsabilità genitoriale del
maltrattante (Convenzione di Istanbul, articolo 456).
Ne consegue la necessità dell’esclusione dell’affido condiviso nei casi di violenza assistita, così come anche
previsto dalla normativa vigente.
Nel caso degli orfani speciali, si deve escludere l’affidamento ai parenti del perpetratore.
Particolare attenzione va posta all’opportunità dell’attivazione e della tempistica degli incontri protetti tra
vittime di violenza assistita e il padre che agisce violenza, valutando attentamente il rischio psico-fisico
per i figli.
Gli incontri protetti, d’altra parte, non costituiscono in alcun modo un intervento di valutazione e trattamento
della genitorialità del padre che ha agito violenza.
Gli incontri protetti devono essere subordinati alla precedente valutazione delle condizioni del minorenne, e
attuati in maniera tale da garantire una effettiva protezione fisica e psicologica per evitare ritraumatizzazioni
e vittimizzazioni secondarie.
Nei casi in cui si evidenzi il “rifiuto del figlio” a vedere il padre, occorre valutare in prima istanza l’ipotesi che
esso sia dovuto alla paura conseguente all’aver subito e/o essere stato testimone di violenza agita dal padre
stesso. Infatti, consapevoli che possano esservi anche situazioni in cui un genitore manipola o condiziona
un figlio a danno dell’altro genitore, l’ipotesi di manipolazione o condizionamento non deve essere supposta,
ma provata in base a evidenze ed a elementi obiettivi, e solo dopo aver escluso l’esistenza di dinamiche
coercitive, maltrattanti -anche psicologicamente- e violente.
Attenta valutazione e monitoraggio sono necessari anche rispetto all’opportunità o meno degli incontri
con i parenti del padre perpetratore, nel rispetto della salute psico-fisica del/della minorenne.

B.1 Raccomandazioni
Considerato che in primo luogo è necessario assicurare una protezione precoce e duratura:
• Gli operatori presenti agli incontri protetti devono avere una formazione specifica ed adeguata, che
consenta loro di riconoscere e interrompere dinamiche violente, anche psicologicamente, e manipolatorie.
• In caso di percorsi trattamentali nei Servizi per uomini che agiscono maltrattamento, le procedure
concordate devono assicurare sempre la protezione fisica e mentale dei bambini e delle loro madri,
in sinergia con gli interventi degli altri servizi e istituzioni implicati e, a termine del trattamento, attraverso
regolari follow up. 

6.
C. Valutazione
Nei casi di violenza assistita va effettuata una precoce, prima valutazione medica e psicologica dei bambini.
Vanno anche rilevati eventuali altri tipi di maltrattamento da loro subiti.
Si tratta di un percorso teso a valutare il quadro complessivo della situazione traumatica nei suoi aspetti
individuali e relazionali e i processi di interazione in atto tra fattori di rischio e di protezione. In particolare:
il grado di assunzione di responsabilità da parte degli adulti coinvolti e le risorse protettive disponibili per
la/il minorenne sui tempi medio lunghi nel contesto degli adulti di riferimento.
Nel caso di feminicidio in particolare, la valutazione non deve essere limitata al momento dell’omicidio e ai
tempi immediatamente successivi. Essa richiede, da parte degli operatori, una preparazione e un’esperienza
adeguate, che tengano conto della specificità dell’elaborazione del lutto traumatico, determinato dalla
morte della madre ad opera del padre e delle implicazioni anche in relazione al contesto familiare e sociale.
Per la gestione di questi casi è indispensabile una formazione e competenze specifiche.
Nei casi di violenza assistita è necessario effettuare una precoce, prima valutazione dello stato di salute
fisica e psicologica delle madri maltrattate.
Tale valutazione ha anche la finalità di individuare eventuali fattori di vulnerabilità della donna, per i quali
sia necessaria l’implementazione delle attività e delle azioni utili per la gestione del rischio.
Affinché venga riconosciuto il livello oggettivo di danno e di rischio, di cui non sempre i protagonisti sono
coscienti e in grado di riferire, nella valutazione è indispensabile tenere conto dei meccanismi di difesa
presenti in tutti i membri della famiglia: negazione, minimizzazione, normalizzazione, razionalizzazione.
Nella valutazione della recuperabilità delle competenze genitoriali, ai fini di una corretta diagnosi, prognosi
e trattamento, si devono tenere presenti i danni determinati dal maltrattamento protratto, sia sotto il
profilo medico che psicologico, discriminando eventuali problematiche di base o relative alla strutturazione
della personalità dalla sintomatologia post-traumatica e dagli effetti della violenza.
Esiste infatti il rischio che l’esito sia una valutazione “fotografica” che metta a fuoco prevalentemente le
inadeguatezze, senza ricondurle al danno da maltrattamento.
È necessario attuare programmi di valutazione dei maltrattanti, compresa la valutazione della pericolosità-
letalità, del rischio di recidiva e della recuperabilità delle competenze genitoriali, senza mai prescindere
dalla capacità di assunzione di responsabilità e di riconoscimento del danno inflitto.

C.1 Raccomandazioni
• Gli operatori devono avvalersi di strumenti evidence-based per la valutazione del trauma da violenza
assistita e del trauma specifico dei bambini che hanno assistito all’omicidio delle proprie madri.
• Gli operatori devono avvalersi di strumenti evidence-based per la valutazione della pericolosità e del
rischio di recidiva.
• È necessario integrare le informazioni raccolte dagli operatori dei diversi servizi, al fine di evitare valutazioni
frammentate. 
• Nella fase di valutazione gli operatori devono essere in grado di riconoscere i propri meccanismi di
difesa, che potrebbero indurre a minimizzare o normalizzare la lettura della violenza di genere.

D. Trattamento
È un percorso inserito nella cornice protettiva e valutativa sopra descritta, che ne costituisce non tanto
la premessa quanto il primo passo indispensabile, anche al fine di verificare le possibili evoluzioni e le
risorse che possono attivarsi.
Assistere alla violenza del padre nei confronti della madre non solo crea confusione nel mondo interiore
dei bambini su ciò che è affetto, intimità, violenza, ma va anche a minare il cuore delle relazioni primarie
e quindi lo sviluppo di un attaccamento sicuro.
I bambini vittime di violenza assistita necessitano di tempestivi interventi riparativi mirati/specialistici a
livello individuale e della relazione madre-bambino, che saranno autorizzati dall’Autorità Giudiziaria nei
casi il padre che ha agito violenza negherà il consenso necessario ad attivarli, così come previsto dalla
legislazione vigente.
Il trattamento dei bambini vittime di VA. deve avere caratteristiche di specificità adeguate agli effetti derivanti
da questo tipo di trauma, nelle sue diverse declinazioni.
Nello stesso tempo è di fondamentale importanza la cura degli esiti post traumatici nella madre, al fine
della riparazione della relazione madre-bambino.
Il miglioramento della genitorialità del genitore autore di violenza è subordinato al suo progresso nell’affrontare
la violenza da lui agita contro la partner. Ciò significa che egli riconosca la violenza e la propria
responsabilità nell’agirla, nonché comprenda le conseguenze che essa ha avuto e può avere, anche nel
futuro, sui figli.
Si lavorerà sulla riparazione della relazione padre- figlio, solo dopo la valutazione diagnostica e prognostica
di entrambi e della loro relazione, tenendo conto, per quello che riguarda i tempi di attuazione, delle fasi
del trattamento individuale (sia del/della bambino/a che del genitore), affinché il lavoro con la diade non sia
causa di ulteriori danni per la/il figlia/o.

D.1 Orfani speciali
Nel caso degli “orfani speciali” lo stato traumatico e le conseguenze psicopatologiche che ne possono derivare
sono particolarmente complessi. I bambini/adolescenti hanno perso entrambi i riferimenti genitoriali
e spesso hanno assistito direttamente all’omicidio della madre o ne hanno visto il cadavere. Il trattamento
deve assumere caratteristiche tali da rispondere alle necessità particolari del minore e deve comprendere
i nuovi caregiver, a cui i bambini vengono affidati.
È importante che il minore venga accompagnato dal terapeuta con continuità, e non solo nelle fasi iniziali,
sia nell’elaborazione del trauma che nelle varie tappe, coordinando gli interventi con gli altri operatori. 
• i meccanismi di negazione, minimizzazione, razionalizzazione, stigmatizzazione verso la violenza intrafamiliare,
presenti a livello socio-culturale

E.2 Programmi di formazione specifica degli operatori su
• riconoscimento corretto delle situazioni di violenza di genere per non confonderle con la ”conflittualità
familiare”e per evitare scelte operative inadeguate.
• la violenza domestica come fattore di rischio di maltrattamento fisico, abuso sessuale, trascuratezza
sui figli;
• conoscenza degli effetti traumatici trasformativi della violenza cronica nelle vittime e del danno alla
genitorialità nelle madri
• la gestione specifica dei casi di femminicidio, per intervenire in maniera adeguata sugli orfani speciali
• conoscenza delle caratteristiche relazionali e genitoriali degli aggressori domestici e delle loro diverse
tipologie
• gli interventi da attuare ai fini delle corrette metodiche di rilevazione, protezione, valutazione e
trattamento.
• le conseguenze che possono derivare da interventi scorretti e non coordinati, anche dal punto di
vista temporale.
• interventi complessi, coordinati fra le diverse agenzie del territorio (Tribunali, Forze dell’ordine, Servizi
sociali e sanitari, Centri Antiviolenza, Centri di Tutela minori, Settore educativo), conseguenti ad una
formazione interdisciplinare congiunta sulla specificità degli interventi che riguardano questa casistica.

NOTE
1 - Convenzione di Istanbul - Preambolo:
Riconoscendo che il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire
la violenza contro le donne;
Riconoscendo che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i
sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini
e impedito la loro piena emancipazione;
Riconoscendo la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere, e riconoscendo altresì
che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette
in una posizione subordinata rispetto agli uomini;
[…]
Riconoscendo che i bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenze all’interno
della famiglia.

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2 - Convenzione di Istanbul - Articolo 3
L’espressione “violenza nei confronti delle donne” intende designare una violazione dei diritti umani e una forma
di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono
suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce
di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata.
L’espressione “violenza domestica” designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si
verificano all’interno della famiglia o del nucleo famigliare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente
dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima.

3 - Convenzione di Istanbul - Articolo 26 - Protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza
1. Le Parti adottano le misure legislative e di ogni altro tipo necessarie per garantire che siano debitamente presi in
considerazione, nell’ambito dei servizi di protezione e di supporto alle vittime, i diritti e i bisogni dei bambini testimoni
di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione.
2. Le misure adottate conformemente al presente articolo comprendono le consulenze psico-sociali adattate all’età
dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione e
tengono debitamente conto dell’interesse superiore del minore
4 A.C. Baldry, “Linee guida per gli Special Orfhans” (2016)

5 - Convenzione di Istanbul - Articolo 31 - Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza
1. Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti
di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione
della presente Convenzione.
2. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di
custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.

6 - Convenzione di Istanbul - Articolo 45 - Sanzioni e misure repressive 
1. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che i reati stabiliti conformemente
alla presente Convenzione siano punibili con sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive, che tengano conto della
loro gravità. Tali sanzioni includono, se del caso, pene privative della libertà e che possono comportare l’estradizione.
2 . Le Parti possono adottare altre misure nei confronti degli autori dei reati, quali: – il monitoraggio, o la sorveglianza
della persona condannata; – la privazione della potestà genitoriale, se l’interesse superiore del bambino, che può
comprendere la sicurezza della vittima, non può essere garantito in nessun altro modo.